Quadro primo: il corteo
(Perché ti ho nelle viscere
Di affetto epiteliale Infetta
sussurrava in lontananza
aggirandosi nei magazzini delle sue cose
mentre si leccava, svergognata, le ferite implose)
Ecco lo stormo planare al botteghino
degli astanti affamati di buone nuove:
-un lieto fine, un lieto fine!- starnazzavano sotto voce
agitando le mani inanellate alle orecchie
Che bel tramestio di madamesse
-vogliate porle in lista per la Grande Questua!-
un tracollo frontale quell'espressione covante
una 'sì tanta implicazione sentimentale
Le labbra inamidate in Oh, delicata commozione!
-mani giunte al petto e occhi in gloria celeste-
i rossettini inzuccherati -trepidante incubazione-
l'uovo alla bocca era l'ampolloso schiudersi
d'un croccantissimo coro di baci incoronanti
un perdono annunciato, un'assoluzione concertata
quelle bocche
-cielo, quale invadenza stuzzicare le artriti
coltivate con 'sì tanto dolo-
(Perché ti ho nelle viscere
Di affetto epiteliale Infetta
citava il cartellone)
S' irrancidiscono in tre giorni
le sonate stese sugli altarini del cordoglio
un fiore nano a me, un altro,
alto alto, a te, e via cantando!
-Udite, udite! Non è un' acrobata, è una femmina da salvare!
(una nutria da salare per i tempi uggiosi,
avrebbero detto, sfregandosi le mani,
tre piccoli biechi mendicanti bendati
nell'antro buio del suggeritore)
Il palco vomiterà una bamboccia da infiorare
un souvenir da reinventare -da collezione-
Signore e Signori, il pubblico pagante
proceda adagio -gerarchicamente-
ordine di parentela: dal più vicino grado
a quello più lontano -ordinatamente -
Oh, caro parente, è certo il giorno
della grande redenzione
voci di corridoio la proclamavano
-infatti- quasi affrancata,
dedita a una colpa da estirpare
col clamore d'una divinazione
-oh- rivelata
(Rita Bonomo da dìri dìri dànna - litania stolta del diritto e rovescio
liberodiscrivere edizioni, 2006
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Quarto demone della Parola, alla finestra
Sono qui, non temere. Non devi nulla temere.
Sarò qui nonostante. Alla fine del mare
la temperanza riscalda la nostra utile morte.
L’ombra – Segno Solo Di Luce Schermata? –
te la vendo ogni notte per pochi salti armoniosi.
Nell’armonia della follia esigo il numero esatto
simbolo per divinizzarmi e ordine da esigere
un participio che mi eredita il passato nelle ossa
pretendendomi.
Siano qui non temuti gli anni nonostante,
penso.
Sto quieto – ombra se mai
semmai quieta alla finestra – ti vedo passare
su le cime del pensiero tuo che
ho dimenticato se faceva male
il modo che reclamarmi ti faceva
mio.
Il male di non averti più è crosta
- è presto? dimmi, nessuno ti ha ferito più di me? –
non mi ricortica l’affanno di baciarti più
non, su la bocca ma, qui vivente e vivo.
Sto quieto adesso – semmai mi perdessi –
tra le guerre su per le morti turistiche
nel telegiornale di vite che mi abbandonano
- ancora? sì, ancora le mie sillabe a te per dono –
tra le pacifiche sembianze del ricordo tra di me
distrattamente.
V.> Non lasciarmi qui muto, ti prego. Ché di ombre si allontanano le finestre su le cime degli alberi (era settembre), e tu.
E tu, semmai, ovunque.
(Luigi Romolo Carrino
da TempoSanto - liturgia della memoria
liberodiscrivere edizioni, 2006)
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Non schiviamo le spade
questo ti voglio dire
non avere paura di questa notte mia
che lo sappiamo è identica al tuo strazio
diamoci le ferite che dobbiamo
alziamo il tiro fino alla nuca
non tiriamoci indietro.
(Mariangela Gualtieri da Senza polvere senza peso Giulio Einaudi Editore 2006)