lunedì, 02 novembre 2009 | in : poeti
E' da ieri sera che cerco nella mia testa un verso unico e vero, uno stralcio di poesia, di prosa di delirio e non lo trovo. Le parole della Merini mi attraversano e mi rimbalzano e mi feriscono tutte assieme, contemporaneamente. Sento il pianoforte che suona, aspiro il fumo della sua sigaretta, invidio le perle (anche quelle senza filo) delle sue collane. Quante volte sono "entrata" in quella casa sui navigli e quante lettere le ho scritto, quante volte mi sono seduta sulle sue ginocchia come fossi una pietà o un amore...
Sono dieci anni che scrivo, sottolineo, piango le sue parole..
Sono dieci anni che, quando non se ne può più, vado a lei (come fosse un bambino) per imparare a crescere. Busso alla sua porta, accanto alla mia, e lei sempre mi apre. 
I poeti tengono sempre la porta aperta.
minot @ 08:27 | commenti (popup) | commenti
domenica, 16 agosto 2009 | in : poeti, anime salve, partire

Anime Salve, prima di partire.

Sarà salva la mia anima al mio ritorno?

Se torno :)

"mi sono spiato illudermi e fallire

abortire figli come i sogni

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve

mi son visto che ridevo

mi son visto di spalle che partivo"

ANIME SALVE (De Andrè - Fossati)

minot @ 09:15 | commenti (popup) | commenti
sabato, 06 dicembre 2008 | in : diaria

l'amore è come il talento: o c'è o non c'è.

la distanza è inversamente proporzionale al pensiero di. (cioè più sei "vicino" meno le persone ti hanno in mente)

ciò che ci ferisce, ci fa sempre piangere (anche senza lacrime).

minot @ 11:46 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
lunedì, 20 ottobre 2008 | in : diaria

"sparire dalla vita di un'altra persona significa tradire prima di tutto se stessi" m.c.

L'atlante del cuore misura distanze in pensieri,

traccia itinerari seguendo relazioni,

orienta tramite le coordinate della memoria.

Odio la geografia. Partirò.

Ci sono giorni in cui Space Oddity di David Bowie mi piace particolarmente. E non fa niente se, come dice qualcuno, è la storia di un viaggio senza ritorno.

Ci sono stati giorni miei in cui ho pensato a un punto unico e vero dove arrivare. Un punto di non-ritorno, appunto. Pensavo, in quei giorni, di non saper partire e ora invece mi accorgo, non senza un qual certo disappunto, che non so nè più voglio, tornare indietro.

Ci sono giorni in cui mi lascio perdere nei 'supermercati della vita' (discount per lo più), nelle ikea del sentimento (sentimenti economici, funzionali  e facili da montare), nelle miriadi di inutilità dei tuttoamille che continuano  a chiamarsi così anche se il tutto è ormai ben poco e - comunque - mai abbastanza, e le mille sono 99 centesimi. Mi smarrisco e non mi trovo, da nessuna parte.

Ci sono giorni, come questo, che non me ne frega niente se i poeti odiano le anafore.

Ci sono, sì ci sono, giorni in cui passo il tempo a farmi rassicurare da una lingua che non conosco .... a-mi lipsesti ... te sarut peste tot ... te iubesc ... Mi faccio ridefinire i confini da braccia straniere ma che hanno imparato in fretta la strada del mio corpo nervoso. Una stretta forte che mi evidenzia intere aree colorandole di viola e di rosa e celestino, come una carta geografica, molto fisica e poco socio-politica almeno stavolta.

In questi giorni (nei giorni che feriscono ottobre, qualcuno direbbe) in cui non ho voglia di sentire, nè di raccontare le favole della buonanotte, in cui non ho voglia di trattenere, nè di scavare dentro le ferite dopo averle anestetizzate con le carezze (ma anche le carezze fanno piangere, mica solo le frustrate)... In questi giorni io mi sento, sì mi sento, che sto per sparire. Invisibile lo sono sempre stata ma sparire è un'altra cosa. E sì che sarebbe bello sparire, andare via, con la naturalezza di un bambino di 8 anni. Salutarsi prima di sparire come quando sulla soglia di una porta, con un 'non ci andare' serrato nella gola, si pensa che non ci si rivedrà più per il resto della vita nel modo semplice e puro di chi neanche sa che cosa vuol dire per il resto della vita.

Più mi mandi via più insisto, resisto e resto.

Quindi ti prego, amore mio, lasciami andare.

Allora, solo allora, smetterò di tornare.

*testo delicato  e dedicato

**prima di sparire - Mauro Covacich Edizioni Einaudi

minot @ 16:14 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
domenica, 13 luglio 2008 | in : poeti

Quadro primo: il corteo

(Perché ti ho nelle viscere

Di affetto epiteliale Infetta

sussurrava in lontananza

aggirandosi nei magazzini delle sue cose

mentre si leccava, svergognata, le ferite implose)

 

Ecco lo stormo planare al botteghino

degli astanti affamati di buone nuove:

-un lieto fine, un lieto fine!- starnazzavano sotto voce

agitando le mani inanellate alle orecchie

 

Che bel tramestio di madamesse

-vogliate porle in lista per la Grande Questua!-

un tracollo frontale quell'espressione covante

una 'sì tanta implicazione sentimentale

 

Le labbra inamidate in Oh, delicata commozione!

-mani giunte al petto e occhi in gloria celeste-

i rossettini inzuccherati -trepidante incubazione-

l'uovo alla bocca era l'ampolloso schiudersi

d'un croccantissimo coro di baci incoronanti

un perdono annunciato, un'assoluzione concertata

quelle bocche

 

-cielo, quale invadenza stuzzicare le artriti

coltivate con 'sì tanto dolo-

 

(Perché ti ho nelle viscere

Di affetto epiteliale Infetta

citava il cartellone)

 

S' irrancidiscono in tre giorni

le sonate stese sugli altarini del cordoglio

un fiore nano a me, un altro,

alto alto, a te, e via cantando!

-Udite, udite! Non è un' acrobata, è una femmina da salvare!
(una nutria da salare per i tempi uggiosi,

avrebbero detto, sfregandosi le mani,

tre piccoli biechi mendicanti bendati

nell'antro buio del suggeritore)

 

Il palco vomiterà una bamboccia da infiorare

un souvenir da reinventare -da collezione-

 

Signore e Signori, il pubblico pagante

proceda adagio -gerarchicamente-

ordine di parentela: dal più vicino grado

a quello più lontano -ordinatamente -

 

Oh, caro parente, è certo il giorno

della grande redenzione

voci di corridoio la proclamavano

-infatti- quasi affrancata,

dedita a una colpa da estirpare

col clamore d'una divinazione

-oh- rivelata

(Rita Bonomo da dìri dìri dànna - litania stolta del diritto e rovescio

liberodiscrivere edizioni, 2006

*******

Quarto demone della Parola, alla finestra

Sono qui, non temere. Non devi nulla temere.
Sarò qui nonostante. Alla fine del mare
la temperanza  riscalda la nostra utile morte.
 
L’ombra – Segno Solo Di Luce Schermata? –
te la vendo ogni notte per pochi salti armoniosi.
Nell’armonia della follia esigo il numero esatto
simbolo per divinizzarmi e ordine da esigere
un participio che mi eredita il passato nelle ossa
 
pretendendomi.
 
Siano qui non temuti gli anni nonostante,
penso.
Sto quieto – ombra se mai
semmai quieta alla finestra – ti vedo passare
su le cime del pensiero tuo che
ho dimenticato se faceva male
il modo che reclamarmi ti faceva
mio.
 
Il male di non averti più è crosta
- è presto? dimmi, nessuno ti ha ferito più di me? –
non mi ricortica l’affanno di baciarti più
non, su la bocca ma, qui vivente e vivo.
 
Sto quieto adesso – semmai mi perdessi –
tra le guerre su per le morti turistiche
nel telegiornale di vite che mi abbandonano
- ancora? sì, ancora le mie sillabe a te per dono –
tra le pacifiche sembianze del ricordo tra di me
distrattamente.
 
V.> Non lasciarmi qui muto, ti prego. Ché di ombre si allontanano le finestre su le cime degli alberi (era settembre), e tu.
E tu, semmai, ovunque.
(Luigi Romolo Carrino
da TempoSanto - liturgia della memoria
liberodiscrivere edizioni, 2006)
********
Non schiviamo le spade
questo ti voglio dire
non avere paura di questa notte mia
che lo sappiamo è identica al tuo strazio
diamoci le ferite che dobbiamo
alziamo il tiro fino alla nuca
non tiriamoci indietro.

(Mariangela Gualtieri da Senza polvere senza peso Giulio Einaudi Editore 2006)

minot @ 13:10 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
martedì, 10 giugno 2008 | in : diaria

 In questo periodo:

- si  è concluso un progetto per cui lavoro e ho problemi con l’altro (ritardo nei pagamenti dello stipendio);

- ho organizzato  (facendomi un culo a tarallo) una mostra per illustrare alle solite teste di cazzo di assessori, genitori, amministratori …ori …ori …ori il lavoro sulle sfumature e sull’infinitamente piccolo che io e i miei colleghi facciamo, quotidianamente, con i nostri ragazzi - cercando di restituirne il senso e cercando di non farla apparire la solita festa triste di handicappati del cavolo;

- ho concluso una pseudostoriadamore (e stavolta ci avevo creduto, porcocazzo, che stavolta proprio, poteva andare in maniera diversa);

- ho litigato col mio "fidanzato" omosessuale;

- ho saputo che mia sorella è uscita pazza incinta;

- ho un’invidia di maternità pazzesca ché tutt’intorno a me c’è gente che partorisce;

- ho da rimettere in piedi - in tre giorni - una ricerca sul rorschach abbandonata un anno e mezzo fa;

- ho una madre più malata e depressa del solito;

- ho il solito dolore al fianco che non mi va più via;

- ho una casa (ho ma non è mia) che se ne cade a pezzi;

- ho una collega che si è innamorata di me (non corrisposta);

- ho la sindrome premestruale;

- ho poco tempo;

- ho un terapeuta feroce;

- ho un debito con l’enpap che cresce a vista d’occhio…

E oggi, come se non bastasse, l’asciugacapelli, così di punto in bianco, ha lanciato lampi minacciosi e fiamme dell’inferno, proprio oggi che io avevo un vitale bisogno di farmi una ‘lavata di capo’ e di sicuro non c’era né tempo né sole a sufficienza per lasciarli bagnati (sì ho anche un’età e la cervicale incombe).

 

Ci manca solo che il fidanzato della mia migliore amica ci provi con me e che il mio migliore unico e speciale amico/coinquilino smetta di chiedermi “come stai?”…

 

Detto questo (abbandonando ogni cipiglio giustificazionista e riparatore) io chiedo perdono se non sono accogliente come sempre, se non ascolto, non capisco, se non mi ricordo, se non sono attenta, se non sono gentile e affettuosa, se non sono contenitiva, se non sono zitta… chiedo scusa se sono più presuntuosa del solito, più antipatica, più aggressiva, più puttana, se mi vesto peggio, se sono ingrassata, se non chiamo, se chiedo, se sono fragile, se non sono “la più grande”, se piango, se sono nervosa, se sono lamentosa e vittimista… …

chiedo scusa se "sono". 

 

Concludo con una citazione colta: “che sfaccimma, vafammocca a tutti quanti”

PS: delle persone che avevo invitato alla mostra (4), e che ci tenevo fossero presenti, non è venuto nessuno.

 

minot @ 21:55 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
martedì, 03 giugno 2008 | in : lettere e pistole
 
A: Rrr Cc:
Oggetto: tema Ricevuto il: 09/10/05 00:08
 
DEDICATO A Rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrita :)
 
eccomi qua.
"signora maestra, la la la"...
che ti dico mò io a te? qual è il tema da sviluppare stasera, signora maestra? il dolore, la separazione? riapriamo il capitolo infanzia? a che pagina? o cominciamo in ordine alfabetico, dalla lettera A "A come abbandono, abuso, anoressia" (ce l'ho davvero un libro che si intitola così).

Signora maestra, non credo di essere molto preparata stasera. No, non è che non ho studiato... io studio tanto, ma non ce la faccio... certe cose proprio non le capisco e più ci sbatto la testa peggio è. "La ragazza è volenterosa ma..."; quando zio me le spiega e mi urla pure contro e ci scappa pure qualche schiaffetto, no forte però (ma io lo so che lo fa per il mio bene), a me mi va in pappa il cervello. Mi parte un ronzio nelle orecchie e io divento più cretina, davvero. Certo, penso, meglio questo che quello che invece i professori dicono di Luigino: "il ragazzo è intelligente ma non si impegna". Che certe volte lo invidio, certe volte no. Lui capisce tutto, subito. E' veloce, se solo studiasse un quarto di quello che studio io...
Se lei potesse, signora maestra, ancora stavolta, spiegarmi di nuovo le divisioni che mi fa proprio fatica... è l'unica operazione che proprio non riesco ad applicare. Non so mai a chi dare i resti e quando c'è da dividere la torta poi... do' le fette a tutti, uguali. Solo la mia la faccio sempre più piccina, ed ecco che non mi trovo (da nessuna parte)... e meno male che la torta la divido io perchè se lo faccio fare alla mamma, allora lei a me, sicuro che neanche le bricioline mi dà... sì, che è vero! Non ci crede? Beh, neanche io ci credo a quelle mamme dei suoi problemi, quelle disegnate sul sussidiario, sorridenti, con i capelli a caschetto, gonna, camicetta di seta, orecchini di perla e scarpe col tacco. E si abbassano pure verso i bambini. Non esistono mamme così. La mia non ride mai. Non cucina le torte. E' sarta ma odia cucire. Urla sempre, c'ha sempre una ruga verticale tra gli occhi, un'ombra scura sulla fronte. E' sempre arrabbiata. Meno ci vede, meglio è, a me e ai miei fratelli pure. Chè io ormai sono grande e vabbè, ma loro... loro sono piccoli. E allora faccio tutto io chè lei non c'è mai. Pensi che una volta è venuto pure il terremoto e io e mia sorella eravamo nude che facevamo i balletti e quel cacasotto del piccolino era seduto sopra al vasino sopra al tavolo. Ce l'avevo messo io là e meno male che non è caduto. Poi è diventato tutto buio. C'era la Parisi in tv e poi non c'era più. E sono venuti a prenderci chè io mica pensavo che era pericoloso e potevamo morire tutti? Io pensavo che non avevo la gonna e mio zio mi teneva in braccio e mi prtava giù chè tutti mi vedevano che non ero vestita.

Come? no, mi scusi, pensavo che.. sì, ha ragione. Va bene, per domani porterò 20 pensierini sulla mamma. Sì, non mi faccio aiutare. Va bene. Sì gliela faccio leggere la nota sul quaderno.




stasera, questo c'è.
baci

mg

minot @ 20:38 | commenti (popup) | commenti
venerdì, 09 maggio 2008 | in : rorschachiana

Nero Nero Nero

E smettila di guardarmi.

Non mi assomigli

Non ti assomiglio

Non sono

Tutta te

 

Nero Nero

L’uomo nero

Un anno intero

Un altro e ancora

Un altro

Pillolina dopo pillolina

Allontani la tua bambina

La tua pallottolina

Lasciala là

Lasciami

Lasciami lasciarmi

Il desiderio di te

 

Nero

È questo desiderio

Nero malvagio

Come la ruga tra gli occhi

La fossetta nerobuconero sul mento

La crepa sul cuore

Crepa e lascia crepitare

Questo fuoco di donna centrale

Lasciami ammaliare

Ammalare di ammalore

Che mi scoppia il cuore

E non so a chi dare

Tutto il bene che mi togli e che

Scompare nel buco nero di te

Madre oscura

Mare denso

Amore perso

Spento

Falso

Come le ciliegie di gesso

Sul tavolino all'ingresso

Belle da guardare

Da proibire

Da mangiare

Come te

Bella da guardare

Un continuo proibire

Lasciami mangiare

Ingurgitare

Tutta l’aria che non sei

Tutto il bene che non dai

Tutto il cuore che non sai

 

minot @ 12:37 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
martedì, 15 aprile 2008 | in : lettere e pistole
Mia derivata,
neanche oggi i conti tornano.
E non torno neanch'io, stasera, per cena.
Per cena, stasera, dovrai mangiare altro.

Stamattina ti è squillato il cellulare. Mi sono presa la briga di rispondere, ma solo quando ha smesso di suonare. Ho parlato a lungo col tu, tu.
Un'ora di divagazioni del non più già stato.

Ieri ho riletto le dita di Luigi, e anche quelle di Mattia. Anzi, ho letto le loro tutte mani, linea per linea, nel chiaroscuro di un'ecografia.
E te lo volevo dire ieri sera un pensierino mio di prima elementare, ma non volevo disturbare il tuo sonno senza posa e senza riposo.
E te lo potevo forse dire stamattina, ma forse non era il caso trattenerti e dis/perderti il tempo nelle parole mie per dirti che.

Allora ti scrivo ora. Ma, come direbbe la Duras, "bisogna esser più forti di se stessi per affrontare la scrittura, bisogna essere più forti di ciò che si scrive".
E qui, oggi, forza non ce n'è. C'è fragilità, tremenda, nell'aria e nelle parole, stese come panni al sole e che non si asciugano.
E' fragile questo tempo, anche questo tempo d'estate che, nemmeno lei (l'estate), ci crede più a se stessa e al suo calore.

Il foglio è troppo corto. No, da qui, non calcolo mai lo spazio, il tempo e le distanze. Potrei (dovrei) smettermi ora ma, qualcosa ancora, manca. Il sogno certo, o meglio l'incubo. Io incubatrice di morte. La mia, la mia.


(...)

Scredito con acredine le mie doti di preveggente e penso che ora, anche di notte, è il sangue che parla al posto mio che non ho più voce per non dirti che.

(...)

Grazie sempre.


minot @ 23:03 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
mercoledì, 26 marzo 2008 | in : diaria

 "e qualcuno la smetterà di chiamarti pazzo e non dirà mai più una parola per il resto della sua vita"  e.c.

ancora stasera dirò del vento nei capelli, del freddo e del vento che gira e che sciupa i pensieri e li disperde tra le luci colorate. ancora stasera dirò del vuoto nello stomaco, di quello strappo delle viscere che ci fa piangere (quando arriva la nave?)
e quel pianto, sì, che ci strappa anche la tenerezza dagli occhi come fosse unghia dalle dita.
ancora dirò dell'assedio, dello scontro, dell'incontro
dirò, ancora, del piagnucolìo storto tra i denti che sbattono e noi ("uomini piccoli e donne non belle"), sul cerchio, punti.
stasera ancora dirò del filo mai spezzato, dello specchio che non riflette, di coloro che per dono si perdono, e arianna, stolta, è là ancora
per il mio ultimo giro di giostra, ancora stasera, dirò.
continuerò, ancora stasera, a chiamarmi pazzo e poi, te lo prometto, non dirò mai più una parola per il resto della mia vita.

minot @ 21:31 | commenti (4)(popup) | commenti (4)

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